Ero ancora ragazzo quando mi venne in mano la prima volta la Bibbia, nella traduzione del Diodati, che posseggo ancora, dopo tanti anni, nella sua solida rilegatura di tela nera. Più, però, m´affascinava, negli scaffali d´un compagno di giochi benestante, l´enorme volume in quarto, illustrato da Gustavo Doré, che in occasioni particolari m´era consentito sfogliare.
Fu attraverso quelle immagini, per non parlare delle altre di più cupa solennità, scoperte in una raccolta di incisioni del Rembrandt, che il libro sacro mi entrò negli occhi, prima ancora che nella mente e nel cuore. Vero è che lo leggevo e lo rileggevo tumultuosamente, cercando con maggiore passione le pagine dell´antico Testamento, specie quelle dove le peripezie romanzesche e le attrattive della paura trovavano varco più favorevole. Non che non mi turbasse, nella sua misteriosa ambiguità, il lamento amoroso della Sulamita, epperò a scolpirsi e a durare nella memoria furono certi solitari frammenti epico-tragici, vere e proprie schegge di folgore: «Ed ecco cantarono le tube delle Tue cataratte!»; oppure: «Passai e l´empio era là. Passai di nuovo e l´empio non c´era piùÂ…».
Non saprei certo più ritrovarle, quelle proposizioni. Ricordo solo che ne ricavavo l´impressione di sporgermi da un davanzale vertiginoso su un abisso senza nome, dov´era chiuso il segreto della vita e della morte: mia e di tutti noi.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=78393